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Giuseppe Melina

 

MelinaGiuseppe Melina nasce a Sant’Agata del Bianco (RC) il 16 marzo 1920. Dal 1948 al 1983 frequenta alcuni tra i più importanti intellettuali italiani e lavora a Genova (dove si era iscritto alla Facoltà di Lettere e Filosofia). Durante gli anni genovesi, insieme ad altri compagni, forma il “Gruppo di Cultura Moderna” che anticipa già le inquietudini degli anni ’60.
Dal 1945 al 1960 scrive varie opere di gusto neorealista. Successivamente rifiuta e distrugge tutti i testi prodotti. Salva soltanto il poema LE ANDRENE (che pubblicherà nel dicembre 2001).
Nel 1968 fonda il gruppo L’AVAMPOSTO, che così definisce in una nota: “Il Gruppo L’avamposto non si forma attorno a una poetica. La sola base comune è data dalla concezione  della cultura come modo di essere……Esso costruisce gli strumenti per agire all’interno del sistema sociale non in funzione di una generica contestazione, ma come presenza di una dimensione umana che il mondo legittimista non può strumentalizzare, né deformare”.
Con il Gruppo L’Avamposto, Melina pubblica:
Saggistica:  Sei lupo, ape o caccola di caprone? (Genova 1968)
Due più due fa cinque (Sant’Agata 1986)
Narrativa:
Una mano davanti e una dietro (a foglia di fico) – (Sant’Agata 2001)
Una parola solo pensata. (e spenta nel respiro) (Sant’Agata 2001)
Poesia:
Appunti per un lamento di prèfica (Genova 1988)
Il gene-icaro e le tossine de l’oggettivo (Sant’Agata 1989)
Parabola in 6 tempi e 3 ipotesi (Sant’Agata 1989)
Gli Dei incompiuti (Sant’Agata 1989)
Ho danzato con la mia ombra (Sant’Agata 2001)
Monologo delle solitudini  (Sant’Agata 2001)
Le Andrene  (Genova 2001)


Dal 1983, data del suo ritorno in paese, Melina diventa punto di riferimento culturale per intere generazioni di giovani che frequentano quotidianamente la sua casa. Muore a Sant’Agata del Bianco il 19 settembre 2001. Sulla sua lapide, è inciso uno dei pensieri di Pascal:

“L’uomo è la più fragile canna della natura, ma una canna che pensa
 Non occorre che l’universo intero si armi per annientarlo; un vapore,
 una goccia d’acqua bastano per ucciderlo. Ma, quand’anche
 l’universo intero lo schiacciasse,
l’uomo sarebbe lo stesso più nobile di chi lo uccide,
perché sa di morire, mentre  l’universo invece non ne sa nulla”.
                                                            
(Pascal, Pensieri, n. 347)
 

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